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Nando Roselletti per Il Giornale dell’Umbria

Claudio Sampaolo, giornalista de Il Giornale dell’Umbria, raccoglie un’intervista a Nando Roselletti, band leader della PBB, dal titolo “Io, il jazz e la nuova vita della Perugia Big Band“.

Nando Roselletti, unico superstite della storica formazione nata 40 anni fa, ha ripreso in mano le redini del gruppo e ricostruito una nuova band di 20 elementi, tutti professionisti E ora uscirà il primo cd del concerto del quarantennale.

«Sotto le stelle del jazz» (Paolo Conte), quando «.tutti voglion fare il jazz perché resister non si può» (Aristogatti), Perugia c’è finita con tutti e due i piedi nel 1973. E non solo perché il 23 agosto di quell’anno iniziò la fantastica storia di Umbria Jazz, ma anche perché il fermento che avvolgeva le orchestrine di allora, con i bravi ragazzi dai capelli corti-visi rasati-camicia bianca-cravatta col nodo “scappino”- che ascoltavano i vinili nelle cantine e poi li risuonavano, innamorarti persi di Frank Sinatra, Duke Ellingotn, John Coltrane e Benny Goodman, decisero di creare un’orchestra. Una vera orchestra jazz. E nel mitico 1973, il 30 dicembre, nacque ufficialmente con un concerto alla Sala dei Notari la “Perugia Big Band”, direttore Alfio Galigani, clarinettista, sassofonista e flautista di fama mondiale. Sold out, si direbbe oggi, applausi, tutti in piedi. Di quella band in bianco e nero, che ha tenuto più di 300 concerti nei festival e nei teatri di tutta Europa, dopo 41 anni è rimasto in pista solo Nando Roselletti, che da chitarrista era diventato (1986) il direttore e che negli ultimi mesi ha compiuto una operazione quasi inimmaginabile: creare la “Perugia Big Band 2.0”, che della vecchia formazione ha ereditato gli strumenti, la passione e pure il repertorio.

«Già. attingiamo sempre ai classici, a Duke Ellington e Count Basie, ma anche a Gordon Goodwin e Bob Mintzer. Un jazz più raffinato, se posso dire, ma anche altro. Nella storica band eravamo tutti dilettanti, tutti con un altro lavoro: io ispettore alle Poste, un tipografo, un insegnante di disegno, impiegati del catasto, un pittore, negozianti. C’erano cinque sax, quattro trombe, quattro tromboni, una batteria, un basso, un pianoforte e due cantanti. Oggi gli strumenti sono quasi identici, a parte il keyboard, una tastiera “magica” che da sola sostituisce un’orchestra d’archi di 30 persone. E poi, tra le 20 persone della nuova band, la gran parte sono maestri e insegnanti di musica. Tutti professionisti, che si sono presentati per la prima volta in pubblico nel novembre scorso, per festeggiare i 40 anni della “Perugia Big Band”. E di quella serata è in uscita anche il cd, “The 40th Anniversary Concert”.».

Il maestro Roselletti, manco a dirlo, gestisce un negozio di strumenti musicali, una specie di Music City dove si chiacchiera col sottofondo dei suoni più disparati, in arrivo dalle stanze dove si tengono lezioni, si accordano e si provano chitarre, pianoforti e contrabbassi.

«In mezzo alla musica ci sono nato. Papà Nevio, anche lui dipendente delle Poste, era appassionato di musica classica e a casa nostra c’erano diversi strumenti: pianoforte, contrabbasso, il mio preferito, chitarra. Si respiravano melodie. A tre anni ho imparato a suonare una piccola fisarmonica ed ho cominciato a farmi l’orecchio, visto che ha i suoni fissi. Poi quando ancora ero alle elementari, passavo i pomeriggi a “smanettare” sulla nostra radio, torturando le manopole per cercare musica jazz: da Benny Goodman a Lionel Hampton, ed il divertimento era cercare di individuare gli strumenti, soprattutto il contrabbasso, il più difficile perché si nasconde dietro la melodia del solista, quella che di solito si ricorda, che si fischia o si canta sotto la doccia o mentre si è soli in macchina.».

Diciamo che lei ha un “orecchio assoluto”, nemmeno una notizia per un direttore d’orchestra che deve ascoltare tanti suoni miscelarli…
«Non per fare il falso modesto, ma per una orchestra ritmica come la nostra il direttore è importante in fase di orchestrazione, durante le prove, per assestare gli equilibri delle varie sezioni. Poi, quando si esegue il concerto, la mia presenza diventa pleonastica. Tutte quelle mosse con le mani. capisco le orchestre classiche, lì la direzione è indispensabile per rallentare e accelerare, è totalmente diverso».

Sembra la storia di un allenatore di calcio: c’è chi non fiata e chi fa lo show in panchina.

«Vero. Ho pensato la stessa cosa durante la settimana vedendo come si agitava l’allenatore dell’Atletico Madrid (Simeone; ndr) e con quale calma seguiva gli incontri Liehdolm. Evidentemente non c’è una regola precisa. Tornando all’orecchio. Si dice assoluto quando ricorda le frequenze, riconosce i suoni, le note. Le memorizza come si fa con i colori. L’orecchio armonico, invece, capisce “il colore dei suoni”, non le note singole. Ecco, diciamo che ho tutte e due queste qualità».

Lei esce dal Conservatorio o è autodidatta?

«L’ho frequentato per tre anni, ma già avevamo un complessino jazz, sperimentavamo molto e soprattutto seguivo il manuale d’armonia di Arnold Schönberg, il compositore austriaco che rivoluzionò il mondo della musica, insegnando a scriverla completamente al di fuori dalle regole del sistema di allora, a decodificarla. Una specie di eretico per gli insegnanti del Conservatorio, capirà. E anche se non mi sono diplomato ho comunque imparato a scrivere e leggere uno spartito, cosa fondamentale per tutto quello che ho fatto nel resto della mia vita. A partire da quando consumavamo i solchi dei vinili per ascoltare le canzoni e io ero deputato a scrivere la musica, copiarla e armonizzarla. Ricordo due motivi di John Coltrane, “Nakatini Serenade”, bellissimo sound afro cubano e latino, nonché “Theme for Ernie”, uno swing che fece impazzire chi stava al sax. Li infilavamo tra mazurka e cha-cha-cha, cominciavano ad essere apprezzati. Avevamo tutto quello che serviva per suonare jazz: attrazione, passione attitudine. Allora suonavo il contrabbasso, avevo pollice e mignolo della mano sinistra deformi. Poi è iniziata l’avventura della Big Band è ho imbracciato la chitarra».

Lasciata nel 1986 per salire sul podio. Rimpianti?

«Ma no. quando me lo chiesero fu un grande onore e tuttora lo ritengo tale. Anzi, ora, dicono che sono il “band leader”, cioè il direttore d’orchestra, l’arrangiatore, l’organizzatore. Ora ho un sogno: far diventare questa Band l’orchestra stabile di Perugia. Ci stiamo lavorando tutti con passione».

Come mai con Umbria Jazz avete solo tre presenze in 40 anni?

«Giusto così. L’esordio nel ’74 fu un successo, prima a Todi poi a Perugia in Piazza IV Novembre, dove suonammo tra l’altro “Sophisticated Lady”, omaggio a Duke Ellington. Quella registrazione è finita addirittura in apertura della raccolta di sei dvd dedicati da L’Espresso/La Repubblica al 40° anniversario di Umbria Jazz. Ma eravamo tutti coscienti delle nostre possibilità, avevamo un piccolo repertorio di brani famosi, non avevamo nostre cover originali, non eravamo pronti per quella platea superprofessionale».

Beh, se non altro avrete conosciuto i miti della vostra generazione.

«La verità? Una delusione. Sentire dal vivo Charly Mingus, Miles Davis, Keith Jarret fu un colpo al cuore per noi che da decenni li ascoltavamo “bruciando” decine di LP in vinile. Erano semplicemente brutte copie, forse per colpa dei lungi viaggi, di una vita un po’ sregolata. Ma un mito era stato minato, questa è la verità».

Maestro, qual è la canzone più bella mai scritta?

«Ne dico due: “What are you doing the rest of your life” di Michel Legrand, interpretata da Frank Sinatra, parole e melodia pieni di spiritualità e profondità. L’umanità ha ancora bisogno di Sinatra e delle sue canzoni, andrebbe ancor più rivalutato. E poi un italiano, Bruno Martino con “Estate”. La mia anima “classica” non può invece fare a meno di “Valses nobles et sentimentales” di Maurice Ravel, l’Adagio K 488 di Mozart, la Settima di Sergej Prokofieve e Bach, tutto Bach».

Da Bach a Sinatra è quasi un salto triplo.

«Direi una sequenza logica. La musica classica è come studiare greco e latino, il jazz è un dialetto. Anche se un bel dialetto».

L’ultima apparizione a UJ è del 1987, pensa ancora che non ci sia posto per la Perugia Big Band?

«No. Ora, se vorranno, siamo pronti a tornare».

Claudio Sampaolo, giornalista de Il Giornale dell’Umbria, raccoglie un’intervista a Nando Roselletti, band leader della PBB, dal titolo “Io, il jazz e la nuova vita della Perugia Big Band“.

Nando Roselletti, unico superstite della storica formazione nata 40 anni fa, ha ripreso in mano le redini del gruppo e ricostruito una nuova band di 20 elementi, tutti professionisti E ora uscirà il primo cd del concerto del quarantennale.

«Sotto le stelle del jazz» (Paolo Conte), quando «.tutti voglion fare il jazz perché resister non si può» (Aristogatti), Perugia c’è finita con tutti e due i piedi nel 1973. E non solo perché il 23 agosto di quell’anno iniziò la fantastica storia di Umbria Jazz, ma anche perché il fermento che avvolgeva le orchestrine di allora, con i bravi ragazzi dai capelli corti-visi rasati-camicia bianca-cravatta col nodo “scappino”- che ascoltavano i vinili nelle cantine e poi li risuonavano, innamorarti persi di Frank Sinatra, Duke Ellingotn, John Coltrane e Benny Goodman, decisero di creare un’orchestra. Una vera orchestra jazz. E nel mitico 1973, il 30 dicembre, nacque ufficialmente con un concerto alla Sala dei Notari la “Perugia Big Band”, direttore Alfio Galigani, clarinettista, sassofonista e flautista di fama mondiale. Sold out, si direbbe oggi, applausi, tutti in piedi. Di quella band in bianco e nero, che ha tenuto più di 300 concerti nei festival e nei teatri di tutta Europa, dopo 41 anni è rimasto in pista solo Nando Roselletti, che da chitarrista era diventato (1986) il direttore e che negli ultimi mesi ha compiuto una operazione quasi inimmaginabile: creare la “Perugia Big Band 2.0”, che della vecchia formazione ha ereditato gli strumenti, la passione e pure il repertorio.

«Già. attingiamo sempre ai classici, a Duke Ellington e Count Basie, ma anche a Gordon Goodwin e Bob Mintzer. Un jazz più raffinato, se posso dire, ma anche altro. Nella storica band eravamo tutti dilettanti, tutti con un altro lavoro: io ispettore alle Poste, un tipografo, un insegnante di disegno, impiegati del catasto, un pittore, negozianti. C’erano cinque sax, quattro trombe, quattro tromboni, una batteria, un basso, un pianoforte e due cantanti. Oggi gli strumenti sono quasi identici, a parte il keyboard, una tastiera “magica” che da sola sostituisce un’orchestra d’archi di 30 persone. E poi, tra le 20 persone della nuova band, la gran parte sono maestri e insegnanti di musica. Tutti professionisti, che si sono presentati per la prima volta in pubblico nel novembre scorso, per festeggiare i 40 anni della “Perugia Big Band”. E di quella serata è in uscita anche il cd, “The 40th Anniversary Concert”.».

Il maestro Roselletti, manco a dirlo, gestisce un negozio di strumenti musicali, una specie di Music City dove si chiacchiera col sottofondo dei suoni più disparati, in arrivo dalle stanze dove si tengono lezioni, si accordano e si provano chitarre, pianoforti e contrabbassi.

«In mezzo alla musica ci sono nato. Papà Nevio, anche lui dipendente delle Poste, era appassionato di musica classica e a casa nostra c’erano diversi strumenti: pianoforte, contrabbasso, il mio preferito, chitarra. Si respiravano melodie. A tre anni ho imparato a suonare una piccola fisarmonica ed ho cominciato a farmi l’orecchio, visto che ha i suoni fissi. Poi quando ancora ero alle elementari, passavo i pomeriggi a “smanettare” sulla nostra radio, torturando le manopole per cercare musica jazz: da Benny Goodman a Lionel Hampton, ed il divertimento era cercare di individuare gli strumenti, soprattutto il contrabbasso, il più difficile perché si nasconde dietro la melodia del solista, quella che di solito si ricorda, che si fischia o si canta sotto la doccia o mentre si è soli in macchina.».

Diciamo che lei ha un “orecchio assoluto”, nemmeno una notizia per un direttore d’orchestra che deve ascoltare tanti suoni miscelarli…
«Non per fare il falso modesto, ma per una orchestra ritmica come la nostra il direttore è importante in fase di orchestrazione, durante le prove, per assestare gli equilibri delle varie sezioni. Poi, quando si esegue il concerto, la mia presenza diventa pleonastica. Tutte quelle mosse con le mani. capisco le orchestre classiche, lì la direzione è indispensabile per rallentare e accelerare, è totalmente diverso».

Sembra la storia di un allenatore di calcio: c’è chi non fiata e chi fa lo show in panchina.

«Vero. Ho pensato la stessa cosa durante la settimana vedendo come si agitava l’allenatore dell’Atletico Madrid (Simeone; ndr) e con quale calma seguiva gli incontri Liehdolm. Evidentemente non c’è una regola precisa. Tornando all’orecchio. Si dice assoluto quando ricorda le frequenze, riconosce i suoni, le note. Le memorizza come si fa con i colori. L’orecchio armonico, invece, capisce “il colore dei suoni”, non le note singole. Ecco, diciamo che ho tutte e due queste qualità».

Lei esce dal Conservatorio o è autodidatta?

«L’ho frequentato per tre anni, ma già avevamo un complessino jazz, sperimentavamo molto e soprattutto seguivo il manuale d’armonia di Arnold Schönberg, il compositore austriaco che rivoluzionò il mondo della musica, insegnando a scriverla completamente al di fuori dalle regole del sistema di allora, a decodificarla. Una specie di eretico per gli insegnanti del Conservatorio, capirà. E anche se non mi sono diplomato ho comunque imparato a scrivere e leggere uno spartito, cosa fondamentale per tutto quello che ho fatto nel resto della mia vita. A partire da quando consumavamo i solchi dei vinili per ascoltare le canzoni e io ero deputato a scrivere la musica, copiarla e armonizzarla. Ricordo due motivi di John Coltrane, “Nakatini Serenade”, bellissimo sound afro cubano e latino, nonché “Theme for Ernie”, uno swing che fece impazzire chi stava al sax. Li infilavamo tra mazurka e cha-cha-cha, cominciavano ad essere apprezzati. Avevamo tutto quello che serviva per suonare jazz: attrazione, passione attitudine. Allora suonavo il contrabbasso, avevo pollice e mignolo della mano sinistra deformi. Poi è iniziata l’avventura della Big Band è ho imbracciato la chitarra».

Lasciata nel 1986 per salire sul podio. Rimpianti?

«Ma no. quando me lo chiesero fu un grande onore e tuttora lo ritengo tale. Anzi, ora, dicono che sono il “band leader”, cioè il direttore d’orchestra, l’arrangiatore, l’organizzatore. Ora ho un sogno: far diventare questa Band l’orchestra stabile di Perugia. Ci stiamo lavorando tutti con passione».

Come mai con Umbria Jazz avete solo tre presenze in 40 anni?

«Giusto così. L’esordio nel ’74 fu un successo, prima a Todi poi a Perugia in Piazza IV Novembre, dove suonammo tra l’altro “Sophisticated Lady”, omaggio a Duke Ellington. Quella registrazione è finita addirittura in apertura della raccolta di sei dvd dedicati da L’Espresso/La Repubblica al 40° anniversario di Umbria Jazz. Ma eravamo tutti coscienti delle nostre possibilità, avevamo un piccolo repertorio di brani famosi, non avevamo nostre cover originali, non eravamo pronti per quella platea superprofessionale».

Beh, se non altro avrete conosciuto i miti della vostra generazione.

«La verità? Una delusione. Sentire dal vivo Charly Mingus, Miles Davis, Keith Jarret fu un colpo al cuore per noi che da decenni li ascoltavamo “bruciando” decine di LP in vinile. Erano semplicemente brutte copie, forse per colpa dei lungi viaggi, di una vita un po’ sregolata. Ma un mito era stato minato, questa è la verità».

Maestro, qual è la canzone più bella mai scritta?

«Ne dico due: “What are you doing the rest of your life” di Michel Legrand, interpretata da Frank Sinatra, parole e melodia pieni di spiritualità e profondità. L’umanità ha ancora bisogno di Sinatra e delle sue canzoni, andrebbe ancor più rivalutato. E poi un italiano, Bruno Martino con “Estate”. La mia anima “classica” non può invece fare a meno di “Valses nobles et sentimentales” di Maurice Ravel, l’Adagio K 488 di Mozart, la Settima di Sergej Prokofieve e Bach, tutto Bach».

Da Bach a Sinatra è quasi un salto triplo.

«Direi una sequenza logica. La musica classica è come studiare greco e latino, il jazz è un dialetto. Anche se un bel dialetto».

L’ultima apparizione a UJ è del 1987, pensa ancora che non ci sia posto per la Perugia Big Band?

«No. Ora, se vorranno, siamo pronti a tornare».

Recensione album su JAZZiT N°84 2014
Umbria Noise > Speciale Dicembre 2013

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